Da Bretton Woods alla fine della convertibilità aurea
Il sistema monetario internazionale, soprannominato the Bretton Woods System, fu creato nel 1944, dopo l’incontro di 44 paesi appunto a Bretton Woods nel New Hampshire. I paesi si accordarono per fissare la valutazione delle proprie valute al dollaro, e il dollaro venne fissato a sua volta all’oro; a questa conferenza le visioni principali che si scontrarono furono quelle di Keynes, che voleva una nuova valuta sovranazionale, usata da tutti chiamata bancor e Harry Dexter White, che voleva che il dollaro diventasse la moneta cardine del commercio internazionale. A prevalere fu la seconda proposta, e le ragioni principali furono il fatto che l’America erano l’unica che si era sviluppata realmente economicamente e era l’unica che poteva aiutare gli altri paesi a riprendersi. Dopo che il sistema divenne operativo nel 1958, gli altri paesi regolarono i loro saldi internazionali in dollari, e il dollaro era legato a sua volta all’oro tramite un prezzo fisso non soggetto a fluttuazioni di mercato di 35 dollari l'oncia. Gli USA avevano la responsabilità di tenere questo valore fisso e di non aumentare l'offerta di dollari se non fosse disponibile offerta di oro per farlo, per non creare disequilibri. All’inizio funzionava, e poiché gli Stati Uniti detenevano circa tre quarti delle riserve auree ufficiali mondiali, il sistema sembrava sicuro. Nel 1960 però le esportazioni europee e giapponesi divennero più competitive, La quota degli Stati Uniti nella produzione mondiale diminuì, così come il fabbisogno di dollari, rendendo più conveniente la conversione di questi ultimi in oro. Il deterioramento della bilancia dei pagamenti statunitense, unito alle spese militari e agli aiuti esteri, ha determinato un ingente offerta di dollari a livello globale. Nel frattempo, l'offerta d'oro era aumentata solo marginalmente. Alla fine, i dollari detenuti da investitori stranieri superavano le riserve auree degli Stati Uniti. Il paese era vulnerabile a una corsa all'oro e si registrava una perdita di fiducia nella capacità del governo statunitense di onorare i propri obblighi, minacciando così sia la posizione del dollaro come valuta di riserva sia l'intero sistema di Bretton Woods.
Nel marzo del 1961, il Fondo di stabilizzazione valutaria (ESF) del Tesoro statunitense, con la Federal Reserve Bank di New York come suo agente, iniziò a intervenire sul mercato dei cambi per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. L'ESF acquista e vende valuta estera per stabilizzare le condizioni del mercato dei cambi. Sebbene gli interventi abbiano avuto successo per un certo periodo, la scarsità di risorse del Tesoro ne limitò la capacità di attuare un'ampia difesa del dollaro.
Dal 1962 fino alla fine del sistema aureo del 1971, la FED si affidò agli swap valutari (currency swap*) per difendere temporaneamente le riserve auree statunitensi.
La Federal Reserve strutturò gli accordi valutari reciproci, o linee di swap, fornendo alle banche centrali estere una copertura per le riserve di dollari indesiderate, limitando la conversione di dollari in oro.
Una corsa all’oro a Londra mandò il prezzo a 40 dollari all’oncia nell’ottobre del 1960, e le banche centrali si riunirono in quell’occasione nella London Gold Pool, la quale concordò che sarebbe stato necessario mettere insieme le riserve auree al fine di stabilizzare il mercato aureo londinese e di preservare il sistema di Bretton Woods. Il consorzio (pool) ebbe successo per sei anni, fino a quando non scoppiò un'altra crisi dell'oro. La sterlina britannica si svalutò e si verificò un'altra corsa all'oro, costringendo la Francia a ritirarsi dal consorzio. Il consorzio crollò nel marzo del 1968.
Dopodiché le banche centrali si accordarono per utilizzare il loro oro esclusivamente per il pagamento dei debiti internazionali e per non vendere oro monetario sul mercato privato. Il sistema a due livelli rimase in vigore fino alla chiusura della "finestra sull'oro" statunitense nel 1971. Questi sforzi però erano efficaci si, ma solo nel breve periodo, perché il problema era strutturale, ed era quello di Triffin, del quale seguirà un capitolo di approfondimento. Oltre al dilemma triffin gli stati uniti dovettero affrontare anche quella che venne chiamata la Grande Inflazione, che provarono a risolvere in accordo Nixon e la Fed cercando di abbassarla lentamente senza far crescere troppo la disoccupazione, perché ciò avrebbe causato una recessione. Avrebbero tollerato un tasso di disoccupazione fino al 4,5%, ma alla fine della recessione del 1969-70 il tasso di disoccupazione era salito al 6% e l'inflazione, misurata dall'indice dei prezzi al consumo, era del 5,4%.
Però l’inflazione cresceva nonostante gli sforzi della Fed, e i motivi erano al di fuori del controllo della Fed, per cui, visto che in USA al primo posto c’era l’occupazione e al secondo l’inflazione, venne presa la scelta di stampare altro denaro, peggiorando la situazione inflattiva. Fu così che la sera del 15 agosto 1971, Nixon si rivolse alla nazione illustrando una nuova politica economica che mirava non solo a correggere la bilancia dei pagamenti, ma anche a contrastare l'inflazione e a ridurre il tasso di disoccupazione. Il primo provvedimento fu la chiusura della "finestra dell'oro". I governi stranieri non potevano più scambiare i loro dollari con oro; di fatto, il sistema monetario internazionale si trasformò in un sistema a valute fiat. Il secondo provvedimento prevedeva un congelamento di 90 giorni di salari e prezzi per contenere l'inflazione. Questa fu la prima volta che il governo adottò misure di controllo su salari e prezzi al di fuori del periodo bellico. Si trattò di un tentativo di ridurre l'inflazione senza aumentare il tasso di disoccupazione o rallentare l'economia. Inoltre, fu introdotto un sovrapprezzo sulle importazioni del 10% per garantire che i prodotti americani non subissero svantaggi a causa delle fluttuazioni dei tassi di cambio.
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