La doppia morale

A sinistra, Sandro Mazzola, insieme all'allora capitano del Milan, Gianni Rivera. Immagine di pubblico dominio
Ho aspettato qualche giorno per dire la mia sul caso Mazzola e sul minuto di silenzio in suo onore "profanato" all'Allianz Stadium di Torino, prima della partita tra Juventus e Atalanta. Il motivo di questo ritardo è triplice: dapprima perché è buona norma non parlare mai con la testa troppo calda, poi perché attendere permette di raccogliere tutti i travasi di bile, prezzolati o meno, fuoriusciti a riguardo dall'argomento da penne o bocche poco equilibrate.
Dulcis in fundo, attendere nella propria metà campo che gli avvelenati di turno si sfoghino, mette a disposizione il tempo utile per scavare indietro nel tempo, raccogliere dati e fornire un parere che, sebbene mantenga la stessa identica valenza di quelli appena citati, può quanto meno evitare di poggiarsi su odio sportivo o complesso di inferiorità, ma su dati certi ed incontrovertibili.
E partiamo proprio da alcuni di questi. Il minuto di silenzio, così come lo conosciamo oggi, è un'usanza introdotta per la commemorazione dei defunti della Prima guerra mondiale. Si può definire una sorta di preghiera laica, un momento in cui, credenti, atei o agnostici possono riflettere a modo loro sulle persone commemorate, pregando o richiamandone alla mente i valori.

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Rispettare il minuto di silenzio è una questione di civiltà e di educazione. Chi non lo rispetta si rende responsabile di un atto deprecabile perché rompe le convenzioni della società sul rispetto reciproco e sul vivere civile. Esattamente come chi fuma in un posto chiuso, magari in presenza di bambini, chi si droga o trascina ubriaco per strada o chi bestemmia ad alta voce in mezzo agli altri.
Qui tuttavia, sorge una prima riflessione interessante: quante delle feroci voci critiche ascoltate in queste ore possono dichiarare la propria coscienza come del tutto pulita in ognuno degli aspetti citati? C'è poi da considerare il fatto che qualcuno, specialmente tra i sostenitori della libertà a tutti i costi e in ogni aspetto della vita, dovrebbe obiettare, se coerente con sé stesso, che la FIGC non ha alcun potere di imporre silenzio o parola agli spettatori.
O almeno spiegare perché, secondo la sua filosofia, se abbiamo diritto di sposare chi ci pare, di urlare le espressioni blasfeme che ci passano per la testa o addirittura di mettere fine alla nostra vita quando più ci aggrada, non dobbiamo sentirci liberi di voltarci durante un minuto di silenzio per un personaggio che magari non stimiamo?

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Qualche cortocircuito è già scattato, ma analizziamo meglio i fatti: a non rispettare la commemorazione di Mazzola sono stati circa due o trecento tifosi, su un totale dei quarantunomila presenti allo stadio. I "ribelli" si sono voltati e hanno intonato alcuni cori per Andrea Fortunato, Gianni Agnelli o Gaetano Scirea, illustri personaggi del mondo Juventus deceduti (tenete a mente questi nomi, perché ci torneremo tra poco), ma sono stati coperti dagli appalusi del resto dello stadio.
Trecento su quarantunomila, lo 0.73% del pubblico di casa. Se vogliamo, possiamo definirli "mele marce" o parte "non sana" del tifo, ma fare di tutta l'erba un fascio, giudicando tutta la tifoseria della Juventus da questo episodio è da frustrati, ignoranti o persone in malafede. E non è raro che le tre cose coincidano.
Il livore della carta stampata e dell'ondata di tifosotti da social a riguardo di quanto accaduto è stato ancora una volta impressionante. Chi si è guardato bene dall'esporsi riguardo agli omicidi o alla malavita nelle curve, al calcioscommesse, alle simulazioni o agli artifizi finanziari per fare iscrivere alcune squadre al campionato, si è riscoperto di colpo guidato da sacri ed inviolabili principi e ci ha tenuto a professare il suo sdegno.

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A gran voce sono partite le richieste di squalifica della curva, di chiusura dello stadio e addirittura di partita persa a tavolino. E così, dopo giorni di campagna stampa, il verdetto del giudice sportivo, diecimila euro di multa alla società, è apparso come una carezza. Peccato che si tratti della sanzione più alta comminata all'interno del calcio italiano per episodi del genere, per di più calmierata dalla presa di distanza della Juventus stessa e dal comportamento del resto del pubblico.
Eh sì, perché quando a rompere il minuto di silenzio con fischi e insulti (non con spalle voltate e cori per altri), è toccato ad altre tifoserie, nessun ondata di sdegno si è levata sui giornali o sui social. E le sanzioni? Massimo cinquemila euro, pur senza presa di distanza o resto del pubblico a cercare di riparare il vile gesto.
Insomma, sembra proprio che quando tocchi alla Juve, la cosa sia sempre più grave e la sanzione debba essere sempre esemplare. Così, per volere popolare, per puro odio o frustrazione. Vi ho lasciato poco fa con dei nomi in sospeso, Gianni Agnelli, Andrea Fortunato e Gaetano Scirea, tre personaggi del passato del mondo bianconero il cui ricordo è stato profanato dai tifosi di Inter, Torino FC e Fiorentina nei rispettivi minuti di silenzio.
Forse è per quel motivo che quei duecento ribelli si sono voltati ed hanno cominciato ad inneggiare i loro nomi. Sbagliando, sia chiaro, ma il messaggio è sembrato evidente: aveva ragione Totò, definendo la morte "una livella", o alcuni defunti e alcune commemorazioni valgono più di altre?
Una cosa sembra certa, di tifoserie che possano fare la morale alle altre, come dimostrano le immagini qui sotto, non sembrano essercene. Almeno di non voler usare una doppia morale, forse l'unica linea guida coerente di molte persone incoerenti:
Quello che faccio io è sempre giustificato, mentre quello che fai tu è sempre sbagliato.
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